Il Medioevo piace. Ma non si studia

23/5/13 .- http://www.avvenire.it

Il Medioevo impazza. Cinema, televisione, play games, giochi di piazza, “rievocazioni storiche”, saghe di qualunque tipo, gadgets, “soldatini”, armi e utensili medievali artigianalmente riprodotti, perfino “musei della tortura” (!) e “cucina medievale” (?). Vi sono città intere dove in certi giorni di festa tutti si travestono da "gente del Medioevo" e giocano al Medioevo. In un paese che compra pochi libri e ne legge meno ancora, l’ultimo “successo annunziato” di Dan Brown giunto fresco in libreria con un titolo allusivo al massimo poeta medievale, Dante, arriva subito al top delle classifiche di vendita.

Bene: in fondo, la Modernità giunta alla sua fase conclusiva e trascolorante nel Postmoderno è ancora ferma, per certi versi, all’Illuminismo e al Romanticismo: e il fascino del Medioevo dipende largamente – Inquisizione, Graal, Templari & Co. – dalla querelle interna ai «due secoli / l’un contro l’altro armato», come li definiva il Manzoni. Chi ha ragione: Voltaire o Walter Scott? Diderot o Novalis? Tempo della barbarie e della superstizione o età della fede, del sentimento, della libertà e della fantasia? “Tenebre medievali” o “Luce del Medioevo”? Leggenda Nera o Leggenda Aurea?

Intanto, fra Robin Hood, Disneyland, Tolkien e swords and dragons, sono più di due secoli che i ragazzi di tutta Europa sognano l’Età di Mezzo. E non parliamo della Chiesa, il cui capo ha or ora assunto il nome di un grande santo del XIII secolo. E dei rivoluzionari, che sono da sempre dei «fanatici dell’Apocalisse», come li definiva oltre mezzo secolo fa Norman Cohn, e che eternamente guardano ai modelli degli eretici e dei ribelli medievali. D’altronde, non si fa che parlare di “nuovo Medioevo”, di nuovi barbari, di Medioevo Prossimo Venturo che sarebbe alle porte. Insomma: veniamo dal Medioevo, andiamo verso il Medioevo. Medioevo dappertutto, Medioevo per sempre.

E vabbè. Intanto però, nelle nostre Facoltà universitarie le cattedre di storia o di filologia collegate al Medioevo si vanno spengendo l’una dopo l’altra. A Firenze, Benigni fa l’en plein recitando Dante in piazza ma la cattedra di filologia dantesca che fu di Michele Barbi tace, mentre Società Dantesca Italiana e Società Dante Alighieri sono in affanno.

Centri di studio prestigiosi, come quello di Spoleto dedicato all’Alto Medioevo e diretto da Enrico Menestò o quello fiorentino dedicato al latino medievale che fu di Claudio Leonardi e ora è di Agostino Paravicini Bagliani, vivacchiano. Attenzione: qui parliamo di luminari di livello internazionale, non di travet dell’insegnamento e della ricerca. Gli studenti emigrano verso altre discipline, gli specializzati di sovente alto livello che non hanno avuto la “fortuna” di rifugiarsi in qualche scuola media – un Giuseppe Ligato, una Chiara Mercuri – o di godere (si fa per dire) di una precaria e smagrita borsa di studio fuggono all’estero. Solo qualcuno più fortunato sta in archivio o in biblioteca, tipo Barbara Frale o Paolo Evangelisti.

I fans del Medioevo corrono evidentemente a centinaia di migliaia a comprarsi l’ultimo Norman Cohn: quanti di loro hanno mai letto una riga di Huizinga o di Bloch, o magari di Le Goff, per tacere i nostri bravissimi italiani da Chittolini alla Frugoni a Sergi a Merlo a Montanari?

A Roma in questi giorni si discute della bizzarra contraddizione in un luogo a ciò quant’altri mai deputato: l’Istituto storico iItaliano del Medioevo, ente pubblico insediato nella splendida borrominiana Chiesa Nuova e presieduto da Massimo Miglio, Accademico dei Lincei. Perché il Medioevo va di moda e gli studi medievistici non pagano, non dant panem, non hanno successo nella società dei consumi e dello spettacolo (del resto anch’essa ora in crisi)? Che cosa c’è che non va? Ne hanno colpa gli addetti ai lavori troppo élitisti e magari un po’ noiosi, i media distratti, il pubblico disinformato, il livello culturale medio ormai penoso ?
Insomma, il Medioevo non è proprio morto, tuttavia non si sente troppo bene: ma potrebbe star meglio. Allora, Viva il Medioevo.

Franco Cardini

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