La Toscana prima e dopo il 774. I segni delle aristocrazie in ambito urbano e rurale

Marco VALENTI. Arqueólogo, Universidad de Siena.
13/6/07

La Toscana prima e dopo il 774. I segni delle aristocrazie in ambito urbano e rurale.

Marco Valenti

La Toscana prima del 774: i quadri istituzionali e politici
(1) - L’occupazione longobarda, focalizzata da subito sulle città, per la maggior parte in crisi dall’età tardoantica, dette luogo ad una ridefinizione degli assetti e delle gerarchie urbane italiane; lasciò decadere i centri resi marginali dalla disarticolazione dei sistemi di confine e privilegiò quelli con importanza strategico-militare. La città, con il territorio ad essa legato, divenne pertanto l’unità circoscrizionale di un modello amministrativo suddiviso in distretti (civitates, iudicariae, territoria o fines), che ebbe un’applicazione più organica solo nel corso dell’VIII secolo.
Alla vigilia della guerra contro i Franchi, la Toscana risultava articolata in civitates con a capo un duca (Lucca e Chiusi, quest’ultima in decadenza dalla fine del VII secolo) e più spesso un gastaldo (Pisa, Pistoia, Firenze con Fiesole, Volterra, Siena con Arezzo, Roselle e Sovana). Conosciamo poi una serie di iudiciariae minori appoggiate su centri di difesa e controllo territoriale come i castra di Surianum-Filattiera in Lunigiana, Castrum Versiliae-Pietrasanta, Castellum Aginulfi-Montignoso e Castellum Uffi-Valdicastello in Versilia, Castrum Novum-Castelnuovo in Garfagnana, castellum Pulliciani-Montepulciano in Val di Chiana (2).
La corona, nella progressiva ricerca di un’affermazione definitiva e nel tentativo di costituire, non sempre con successo, dei territori istituzionalmente ed amministrativamente solidi, elevò a funzionari pubblici, o iudicex del re, una serie di propri fedeli gasindi. Un’élite che in breve, approfittando del ruolo pubblico rivestito e della loro posizione di ufficiali preposti alla direzione della curtis regia (cioè il complesso dei beni fiscali che si erano sovrapposti sulla rete delle civitates-iudicariae), costituì solidi patrimoni immobiliari rurali privati, si dotò anch’essa delle proprie clientele(3) e riuscì in parte a dare una dimensione eriditaria al potere esercitato: esponenti di un’aristocrazia che seppe inserire in un orizzonte regionale le proprie prospettive politiche e patrimoniali. Il gastaldo senese Warnefrido, per esempio, agli inizi dell’VIII secolo deteneva ampi complessi fondiari, oliveti, mandrie di bestiame in prossimità di Siena ed attraverso la Val di Merse, nonchè vasti interessi nella Valdichiana(4); mentre le proprietà del pisano Walfredo, nella metà dell’VIII secolo, erano concentrate a Pisa e nei territori della Val di Cornia, sulla costa livornese, nella Val d’Era, nel Valdarno pisano, nella Valle del Serchio, in Versilia ed in Corsica(5).
Già tra fine VII ed inizi dell’VIII secolo si era andato affermando uno stretto legame fra laici e chiesa nell’esercizio dell’amministrazione cittadina, con diretto coinvolgimento delle aristocrazie nelle istituzioni ecclesiastiche; coloro che salivano alla carica di vescovo(6) appartenevano sovente a gruppi parentali già stabilmente affermati ed operavano anch’essi nell’accrescimento dei propri beni. Il noto caso di Walprando vescovo di Lucca (forse anche detentore della carica di duca, peraltro ereditata dal padre, tra il 736 ed il 754) (7), impegnato in una serie di operazioni patrimoniali intorno alla metà dell’VIII secolo, ci permette di osservare un esempio dell’accentramento di proprietà fondiarie da parte di un esponente dell’alta aristocrazia longobarda a capo di un episcopio. Disponeva di un patrimonio familiare molto esteso nella Valle dell’Albegna, controllato probabilmente attraverso il centro di San Regolo in Gualdo, prossimo anche agli imbarchi per la Corsica, isola in cui deteneva altre e cospicue proprietà; il tenore della sua ricchezza era tale da poter acquistare dal fratello Perorando la sua parte della sala sundriale e le terre ad essa legate, oltre che altre proprietà, a Tocciano presso Sovana, per la somma di trecento soldi d’oro cioè la più alta mai attestata in una transazione economica toscana di epoca longobarda (8).
In questo periodo ebbe anche inizio un processo teso a far coincidere il più possibile frontiere religiose e politiche, dovuto in parte alla stessa volontà del re e soprattutto all’azione endogena delle forze locali seguendo ragioni politiche e motivazioni economiche; la nota disputa tra Siena ed Arezzo per il consolidamento dei territori cittadini, così come le controversie tra Lucca e Pistoia, erano in realtà lo scontro di interessi fondiari e di potere delle aristocrazie laiche ed ecclesiastiche dei centri urbani; come è stato ricordato a proposito del caso Siena-Arezzo: un’interferenza di interessi del tutto familiari e privati in quella che era una contesa tra due civitates vicine(9).
Si tratta di vicende nelle quali risultano chiare non solo le componenti del fondamenta economico del potere politico, ma anche la presenza e le caratteristiche della proprietà detenuta da esercitali, mercatores ecc.; esponenti di ceto medio come quel Crispino, un proprietario di Lucca o di Pescia, il cui operato rivela l’entità ed il lento processo di formazione del suo patrimonio ed il tentativo di conservarne l’integrità per la discendenza. Crispino nell’arco di un ventennio circa, dal 742 al 764, acquistò una serie di terre poste in località vicine tra loro, tipologicamente diverse (coltivi, vigne, prati) collegate dalla strada ed in comunicazione con il mercato cittadino; fondò poi la chiesa di San Martino di Lunata, indicando come rettore il figlio prete Teuselmo e riservandosi la facoltà di scegliere i futuri rettori all’interno della propria stirpe (10).
Il collegamento tra élite laiche ed ecclesiastice (come abbiamo appena visto allargato ai piccoli possidenti), quindi la connessione sempre più solida tra politica, patrimonio e religione, si manifestò anche nella corposa attività di fondazione di cenobi forniti di significative dotazioni di beni. Aldilà delle istanze spirituali, rappresentavano centri economici, oltre che politici e culturali, dove i gruppi familiari aristocratici, in alcuni casi comunque legati più o meno direttamente alla corte regia, attraverso le donazioni e la monacazione di propri elementi, esercitavano una considerevole influenza sulla società e sulle stesse istituzioni; spostavano così anche il baricentro politico ed economico dell’Italia longobarda al di fuori delle città, costituendo poli di potere periferici e avvicinandosi piuttosto a modelli meno “urbanocentrici” propri dei regni d’oltralpe (11).
Questo processo, coinvolgendo l’intero gruppo parentale nel tentativo di dare coesione al proprio patrimonio, ebbe luogo nel territorio toscano dalla fine del VII secolo e massicciamente nell’VIII secolo, attraverso la fondazione di almeno sedici monasteri. In diocesi di Populonia San Pietro in Monteverdi (Walfredo pisano nel 754); in diocesi di Pistoia San Bartolomeo (Gaidoaldo nel 767) e San Salvatore in Agna (o Alina, monastero regio fondato prima del 772) ed un cenobio femminile a Pistoia città (Ratperto nel 748); in diocesi di Pisa San Michele a Pugnano (i fratelli Ansfredo e Ratchis nel 727/728) e San Savino (nel 780 dai fratelli Gumperto, Ildeperto, Gumprando); in diocesi di Lucca San Pietro Somaldi (forse chiesa, fondata nel primo ventennio dell’VIII secolo presumibilmente su terra privata, da un certo Somualdo); in diocesi di Chiusi San Salvatore al Monte Amiata (citato dal 762); in diocesi di Siena Sant’Eugenio di Pilosiano (da Warnefrido castaldo nel 730); in diocesi di Arezzo San Benedetto (dal vescovo Cunimondo nel 770); in diocesi di Firenze San Bartolomeo (nel 791 da Adovaldo); in diocesi di Lucca San Ponziano (suburbio meridionale di Lucca; chiesa fondata prima del 790 e nell’806 era già monastero), San Salvatore (Lucca città; fra 775 e 785 da Allone), San Frediano (a Lucca dall’ufficiale regio Faulo nel 685) e San Salvatore a Sesto (documentato dal 796) (12).
La compenetrazione tra sfera laica ed ecclesiastica si manifestò quindi a livello territoriale, dove vediamo agire sia la corona sia i potentes sia i piccoli proprietari e dove le clientele ebbero un ruolo di primo piano per l’esercizio del potere aristocratico su base locale, nell’ambito del reclutamento militare, della gestione della terra. Questi sono i quadri istituzionali ed economici in essere nell’imminenza della conquista del regno longobardo da parte di Carlo Magno; conquista che si distinse dalle due precedenti, la longobarda stessa ed ancor prima quella ostrogota, per non aver dato luogo alla migrazione di un popolo. L’Italia venne invece controllata creando nuovi assetti politici e di potere attraverso una strategia di graduale sostituzione dei ceti dirigenti.

La Toscana dopo il 774: i quadri istituzionali e politici - La Toscana non fece certo eccezione nello svolgimento di un simile progetto politico ed i cambiamenti ebbero inizio poco più di 20 anni dopo l’assoggettamento. Le città continuarono ad essere affidate inizialmente a funzionari di origine longobarda; sono attestati per esempio a Lucca, Firenze e Chiusi: a Lucca il duca Tachiperto, legato strettamente a Desiderio, fu sostituito dal longobardo Allone; a Firenze troviamo attestato il longobardo Gudibrando; a Chiusi fu lasciato in carica il duca Ragimbaldo poi sostituito, dopo la congiura contro i franchi del 775, con il longobardo Reginaldo (13). Furono però presto rimpiazzati, già intorno all’800, da conti franchi; conosciamo per esempio Wicheramo nel 797 a Lucca, Amulrico dall’800 all’805, Adelperto prima metà dell’806 e Magenrado nella seconda metà dell’806 a Pistoia, Scrot nell’800 a Firenze (14).
L’organizzazione dei comitati toscani avvenne gradualmente; a Chiusi, Lucca, Firenze e Pistoia, che dovettero essere dedotti sino dall’inizio della dominazione franca, si aggiunsero dalla metà del IX secolo Arezzo con Aganone nell’819 (15), Siena con Adelrad nell’883 (16), Roselle con Ildebrando nell’853 (17), Populonia attestata come centro di comitato ma senza menzione di un conte, nell’822 (18) e Sovana con Stefano, figlio di Irfone o Iffone nell’833 poi probabilmente dall’853 sottoposta allo stesso conte di Roselle Ildebrando(19), mentre Pisa, Luni e Volterra erano definiti ancora come gastaldati ed afferivano a Lucca.
Il ceto dominante longobardo potè conservare la propria posizione sociale ed economica nelle funzioni amministrative minori e nella composizione dell’alto clero. L’affermazione dei nuovi funzionari fu pertanto difficoltosa ed in generale conosciamo molti dei loro nomi dai tentativi di costituire patrimoni privati spesso a scapito di beni pertinenti a vescovi ed abati(20)..
Durante gli ultimi anni di Carlo Magno, Lucca era emersa come città principale della regione, divenendo progressivamente il centro di uno dei maggiori organismi politici del regno, impostato su una base territoriale dall’unificazione di più contee e dallo stretto legame con la Corsica della cui difesa militare era incaricata; alla metà del IX secolo rappresentava il fulcro di un ducato (definito Marca Tusciae solo dal 960), al quale era stata annessa gran parte della Toscana con l’eccezione dei territori di Arezzo, Siena e Chiusi che furono aggregati in seguito, nel periodo degli Ottoni (21). Non si deve pensare ad un organismo amministrativo regionale ben definito; il ducato non era formato da comitati governati da comites facenti capo al marchese; la sua influenza era diversa a seconda del comitatus e della civitas considerata, perché differenti erano i mezzi, le possibilità e le basi materiali di esercizio di quel potere da parte del duca (22).
Il potere ducale, al quale si unì e si alternò il titolo di marchionale a significare responsabilità territorialmente più ampie, doveva pertanto fronteggiarsi con i ceti dominanti del territorio, il cui inquadramento si attuò a partire dal IX secolo con modalità diverse da zona a zona; tra essi troviamo funzionari pubblici che avevano costruito una forte base economica in campagna, arrivando anche alla fondazione di monasteri di famiglia, e solide clientele; proprietari fondiari di origine longobarda che, pur non accedendo a cariche prestigiose, avevano continuato a detenere, e talvolta ad accrescere, una stabile base di reddito; le clientele dei monasteri e delle sedi vescovili. Processi che produssero la formazione di spazi di potere fondiario e territoriale e, con la raggiunta stabilità insediativa di famiglie laiche agiate, dettero luogo alla nascita della categoria socialmente definita dei milites.
Dalla metà del X secolo risultano così affermati con chiarezza gruppi aristocratici, monasteri e vescovi con notevoli proprietà rurali, la cui adesione alla terra, in molti casi iniziata con il periodo longobardo maturo, era avvenuta per tutta la durata del regno italico. La formazione della signoria rurale, manifestazione più evidente dei processi di localizzazione del potere in una società che fondava sulla terra la sussistenza e l’organizzazione militare, confermò il ruolo centrale detenuto dalla campagna sin dal VII secolo avanzato; il controllo delle proprietà fondiarie, attraverso la fondazione di monasteri o direttamente, portò con decisione il baricentro del potere economico fuori dalle mura urbane e, di contralto, le città (alcune in chiara decadenza: Populonia, Roselle, Fiesole, Chiusi, Cortona), pur sede dei poteri amministrativi, politici e religiosi, non sembrano avere avuto un ruolo di volano dello sviluppo economico stesso della società.
Non fu quindi casuale, anche per questo periodo, la proliferazione di nuovi monasteri; tra IX e X secolo si rintracciano in Toscana 21 fondazioni. In diocesi di Firenze Santa Maria (Badia Fiorentina, monastero regio fondato da Willa nel 978), San Martino a Mensola (ricordato per la prima volta alla fine del X secolo), San Michele di Marturi (nel 997 da Ugo di Toscana; forse una rifondazione), San Salvatore a Settimo (dai Cadolingi alla fine del X secolo); in diocesi di Fiesole San Michele di Passignano (890), San Tomato sul Monte Albano (abate Tao tra VIII e IX secolo), Sant’Ilario in Alfiano (dai Guidi nel X secolo); in diocesi di Pistoia San Mercuriale (ricordato dal 945); in diocesi di Arezzo San Fedele di Strumi (prima del 992 da Tegrimo II dei Guidi), SS.Fiora e Lucilla di Turrita (intorno al 990 dal vescovo aretino Giovanni), San Gennaro di Capolona (972 da Ugo di Toscana), Santa Maria di Farneta (fine X secolo), Santa Maria di Petroio (972 da Ugo Supponidi), Santa Maria di Prataglia (999 dal vescovo aretino Erlemperto), San Pietro d’Asso (prima attestazione dall’833), San Salvatore e Sant’Alessandro a Fontebona (867 dal conte Winigi, capostipite dei Berardenghi), Santa Trinità di Fonte Benedetta o in Alpe (tra 983 e 996 dai monaci tedeschi Pietro ed Eriprando), Santa Fiora (inizi del X secolo); in diocesi di Chiusi Sant’Antimo (monastero regio fondato dall’abate Tao nel IX secolo); in diocesi di Lucca San Michele alla Verruca (attestato dal 996 forse fondato dagli Aldobrandeschi intorno ad una chiesa preesistente) (23), San Salvatore di Fucecchio (intorno al 986 dotato riccamente da Gemma ed il figlio Cadolo)(24).
In conclusione vediamo come, nonostante l’amministrazione del regno fosse stata impostata sulle città, sia prima che dopo il 774, il potere economico reale si sviluppava nel controllo delle campagne e delle loro risorse. Il possesso e la gestione della terra furono i veri marcatori sociali; la posizione assunta all’interno dei vari gradi della gerarchia istituzionale, non fu altro che occasione di arricchimento e per la creazione di basi patrimoniali sempre più allargate. Basta mettere a confronto le dotazioni dei cenobi di Sant’Eugenio di Pilosiano nei pressi di Siena e di Fontebona nella Berardenga per avere un’idea dei beni immobili e mobili accumulati in aree diverse della regione, nonché delle persone controllate, da parte del già menzionato gastaldo longobardo di Siena Warnefrido nella prima metà dell’VIII secolo e dal conte franco di Siena Winigi (le cui proprietà si estendevano in Toscana ed in Emilia Romagna) nella seconda metà del IX secolo (25)..
Ciò che vogliamo indagare in questo contributo sono le tracce, sia in campagna sia in città, dei passaggi illustrati; comprendere attraverso la lente dell’archeologia, quali furono le realtà in atto ed i cambiamenti che si verificarono in Toscana nei decenni a cavallo della conquista franca del regno longobardo, tentando di tracciare gli scenari insediativi ed economici nei quali agivano le aristocrazie, dando così una connotazione materiale al tipo di potere che esercitavano.

Le città fra VIII e IX secolo - La ricerca storica non ha sinora prodotto dati sufficienti a delineare geografie urbane di dettaglio. Le attestazioni nelle fonti scritte di articolate serie di commercianti in esse attivi, l’inizio di coniazioni monetarie (Lucca e Pisa avevano il privilegio regio di battere moneta) e di valutazioni in denaro, gli interventi delle aristocrazie nella fondazione di chiese e monasteri, il loro ruolo di centri amministrativi territoriali e la presenza dei palazzi occupati da vescovi e iudices, lascerebbero pensare a centri in crescita, vivaci e di buon tenore edilizio. In questa direzione si pone, per esempio, l’articolato mosaico ricomposto per Lucca su base documentaria dalla Belli Barsali (26), come anche recenti immagini tracciate per Pisa nell’VIII secolo(27)..
Si tratta però di una visione “ottimistica” di quella che invece dovette essere una realtà ben diversa almeno sino al Mille. Le fonti materiali mostrano alcune linee di tendenza decisamente divergenti e lasciano ipotizzare come i centri urbani toscani siano riconducibili per la maggior parte ad un modello di “città ruralizzata”, al quale possiamo affiancare le variabili della “città diffusa” (dispersione dell’abitato all’interno della vecchia cinta romana o nell’immediato suburbio ed una diffusione di funzioni sul territorio circostante per esempio Roselle e Populonia), della “città declassata” (centri minori decaduti nel tardo impero, ridotti a castrum o villaggio, che non tornarono mai più ad assumere un ruolo urbano, per esempio Cosa e Cortona), infine della “città abbandonata” (centri già declassati e probabilmente abbandonati nel corso dell’età imperiale, rioccupate nel medioevo come Heba, Saturnia e Vetulonia) (28).
La ricerca archeologica propone quindi paesaggi urbani “disordinati” e ben lontani da un’immagine di prosperità. Erano nuclei non compatti, con ampi spazi vuoti adibiti ad aree rurali e discariche, popolazione localizzata in aree periferiche od in corrispondenza delle porte, dove si formeranno nuovi agglomerati con chiese ed attive strutture commerciali; sono riconoscibili aree estese, prive di urbanizzazione, nelle quali non si reimpiegavano neppure gli edifici monumentali in rovina che spesso, come in molti esempi di strutture termali abbandonate, venivano destinati a luogo di inumazione(29)..
Le abitazioni indagate mostrano l’impiego diffuso di materiali deperibili (30); si tratta per la maggior parte di capanne e nessuna struttura sinora rinvenuta sembra riconducibile a edifici con caratteri distintivi o da collegare, se non ad élites, almeno ai più floridi fra i negotiantes. Solo alcune attestazioni documentarie di Pisa prospettano l’esistenza di case di maggior tenore; una carta del 720 concernente la vendita tra due privati della metà di una casa infra civitatem, descrive un edificio in materiali misti, con fondamenta in pietra ed alzati in legno fino allo spiovente del tetto, che risulta essere aggettante a gronda; la transazione fu onerosa e questo particolare ha lasciato sospettare che si trattasse di un edificio di rango (31), ma le risultanze delle indagini di Piazza Dante sembrano andare in controtendenza con questa interpretazione (32). Probabilmente, aldilà della casistica delle abitazioni già registrate negli scavi, pur di fronte all’eventualità di edifici di ben altro tenore legati ai gastaldi od ai vescovi (ancora, però, non verificata archeologicamente), dobbiamo pensare ad un’uniformità nel modo di abitare per la maggioranza delle persone. Si tratta di città nelle quali dominavano, come materiali edilizi, il legno, la paglia, la terra ed il fango.
Le uniche indicazioni di attività tese alla riqualificazione del tessuto urbano provengono dagli edifici ecclesiastici, che sembrano confermarsi in alcuni casi investimenti delle aristocrazie e delle quali sono chiare attestazioni l’iscrizione del gastaldo Alchis di Volterra promotore della costruzione di nuove chiese o del restauro delle vecchie (33), o le lastre chiusine che ricordano i restauri alla basilica sovrastante la catacomba di Santa Mustiola promossi dai duca Gregorio coadiuvato dal vescovo Arcadio nei primi decenni dell’VIII secolo (34). Nel quadro di queste iniziative si pone il riconoscimento di maestranze specializzate capaci di realizzare elementi architettonici o scultorei di arredo(35) e talvolta di mettere in opera muri con conci in pietra di buona fattura (36). Ma, nonostante i casi citati, le strutture ecclesiastiche, più in generale, rivelano una povertà dei materiali utilizzati, spesso misti ad elementi di spoglio (37), così come si rileva in connessione alle opere di fortificazione promosse anch’esse dalle aristocrazie, probabilmente impiegando in ambedue i tipi di iniziative le medesime maestranze. Per esempio a Siena negli scavi del Santa Maria della Scala sono stati individuati i resti di almeno due cinte datate alla metà del VII secolo e nella seconda metà dell’VIII secolo; il primo muro era orientato est-ovest, realizzato con grossi blocchi di calcare e due pietre angolari semi-lavorate legate da terra e completato da una palizzata lignea; il secondo, conservato per 40 m, mostra tecnica approssimativa ed era costituito da ciottoli, pietre calcaree e frammenti di laterizi, in parte posti in opera a secco e in parte legati da terra (38). Oppure a Roselle, dove l’anfiteatro divenne in questo periodo un recinto fortificato, grazie alle costruzioni realizzate utilizzando materiali di spoglio dagli edifici romani in rovina (39). Il carattere degli investimenti fatti nell’edilizia pubblica e religiosa, potrebbero quindi rappresentare un indizio di ricchezze tendenzialmente tarate verso il basso; il continuo ricorrere a materiali da costruzione classici, una vera e propria industria del reimpiego e di uso dell’antico come è stata definita di recente per Roma (40), se da un lato si è ipotizzato essere una moda, un veicolo di autorappresentazione nonchè una scelta di convenienza di fronte alla vasta disponibilità di ruderi da utilizzare come cave, dall’altro è anche plausibile pensare ad una strategia di investimenti limitati: si scelgono imprese che fanno risparmiare i costi ben maggiori previsti dalla cavatura e dalla lavorazione della pietra. In questa stessa direzione vanno letti anche gli ampi utilizzi lucchesi di ciottoli raccolti dal greto dei fiumi ed impiegati nella cinta muraria di VIII secolo sia a spinapesce sia in versioni irregolari (recentemente documentato in Via delle Conce) (41).
L’alta aristocrazia partecipava quindi ad una vita cittadina che, pur umbratile, costituiva però ancora dal punto di vista giuridico, religioso e militare il luogo di esercizio e di manifestazione del loro potere; un potere, che sappiamo di tipo eminentemente economico, fondato sul valore sempre maggiore della terra. Facevano parte dei grandi patrimoni una serie di villaggi, dal cui numero e la correlata capacità di sfruttare i contadini, di conseguenza dalla quantità di prodotti che proporzionalmente venivano accumulati, traevano i mezzi per provvedere al sostentamento delle loro famiglie (intese come allargate) ed immettere le eccedenze sui mercati. La posizione economica raggiunta permetteva loro di accumulare e far circolare denaro, di investire in opere pubbliche, di accedere a circuiti di scambio privilegiati nei quali si procuravano vesti di lusso, come i broccati rinvenuti in una tomba pisana di metà VII secolo(42), od armi ed ornamenti di fattura sofisticata come il coevo corredo funerario pertinente a personaggi di alto rango rinvenuto ancora a Lucca di fronte alla chiesa di Santa Giulia (43). I rituali della morte e le imprese edilizie pubbliche, mostrano infatti come la città rappresentava per essi lo scenario in cui autolegittimare ed esibire la propria posizione nella piramide gerarchica; tutto questo sullo sfondo di centri urbani che possiamo definire ancora come degradati, con architetture civili semplici ed uniformate alla campagna, con edifici religiosi che, aldilà degli elementi scultorei decorativi, non si segnalavano certo per monumentalità od eleganza progettuale, con cinte murarie caratterizzate ampiamente dal ricorso a materiali deperibili o di recupero.
Sotto la dominazione franca le città non sembrano differire molto dal panorama proposto per il periodo longobardo. Sostanzialmente si tratta ancora di centri caratterizzati da maglie allargate, nei quali ampi spazi continuano ad essere non edificati e destinati ad attività agricole od artigianali e ad ospitare sepolture (44). Accanto agli edifici ecclesiastici ed alle cinte murarie troviamo ancora abitazioni, probabilmente la maggioranza, che pur presentando in alcuni casi l’introduzione della pietra come materiale da costruzione, continuavano ad essere realizzate in legno e terra (45). Uniche eccezioni parziali sono rappresentate da alcune attestazioni di un nuovo tipo di costruzione; soprattutto l’acropoli senese evidenzia con il passaggio al IX secolo il riaffiorare dei primi casi di edifici caratterizzati da tecniche costruttive che fanno uso della pietra e della calce pur persistendo l’uso quasi esclusivo dei materiali di reimpiego (46). Continuiamo però a non sapere nulla riguardo le caratteristiche di edifici del potere o per lo meno di carattere distintivo; solo la presenza di case dotate di porticato (47) potrebbe essere letta in tal senso se effettivamente strutture simili rappresentano case di alto livello, come suggerito dallo scavo romano del foro di Nerva (48) e recenti riletture di scavi a Classe (49). Queste prime ipotesi troverebbero un collegamento con quanto proposto da alcuni autori per Pisa, dove il palatium posto nella curte marchionis prope ecclesiae Sancti Donati (definito dalla prima metà del X secolo all’XI secolo anche come palazzo marchionale e palatium domni regis o imperatoris e la cui presenza non è mai stata verificata da uno scavo) forse edificato agli inizi del IX secolo, era dotato di un portico attestato per la prima volta in un placito del 967.

Le campagne nell’VIII secolo - L’insediamento rurale, quindi le fondamenta economiche del potere politico delle aristocrazie e delle élites longobarde e franche toscane, inizia a mostrare contorni più chiari dopo oltre un venticinquennio di scavi programmati (50). I dati risultano decisamente significativi per i contesti di villaggio, mentre sono scarsi per le realtà dei castra ed appena agli inizi per i complessi monastici.
Allo stato attuale della ricerca i castra(51) di età longobarda non danno l’impressione di rappresentare dei grandi centri territoriali come la caratteristica di essere perni di iudiciarie, seppur minori, farebbe ipotizzare. Inoltre non conosciamo assolutamente le loro vicedende dopo la conquista franca. Dal punto di vista archeologico sembrano da ridimensionare nella loro materialità e nel ruolo istituzionale che si presume avessero svolto; l’impressione ricevuta, guardando ai pochi casi di scavi effettuati, è quella di una rete di fortificazioni semplici e mai di complessi imponenti come nell’Italia alpina e subalpina; quasi degli avamposti, dai quali sembra difficile organizzare ed amministrare organicamente un territorio. Il loro peso sulle vicende della rete insediativa, in attesa di dati futuri su centri di maggior successo, come potrebbe essere stato il caso di Montepulciano, dovrebbe essere quindi riconsiderato. Con le parziali eccezioni di Cosa e Roselle (dove le fortificazione sono comunque ridotte e limitate ad una sola parte del centro) l’unico contesto realmente indagato in Toscana corrisponde a Filattiera, ricostruibile come una fortificazione in pietra presso Montecastello ed in un campo trincerato presso Castelvecchio, anche se gli scavi qui condotti non hanno interessato un'area particolarmente estesa. Alcuni casi, come quelli della Lunigiana, base territoriale dalla quale è stato ipotizzato l’inizio della conquista definitiva della Toscana entro il primo decennio del VII secolo da parte di Agilulfo, meriterebbero comunque un serio approfondimento attraverso scavi mirati (52).
Anche per i monasteri non disponiamo ancora di dati sufficienti per descriverne la realtà urbanistica e definire, attraverso lo studio e la frequenza delle diverse classi di reperti, eventuali prerogative o caratteristiche economiche; gli scavi hanno interessato soprattutto San Salvatore al Monte Amiata (53), mentre le indagini sono cominciate di recente nel sito di Monteverdi (54) dove, comunque, si è già individuata la presenza di un’area aperta e di un lungo corridoio prospiciente delimitato da muri in pietre di calcare di cava in alcuni casi sbozzate e posti su filari pseudorizzontali, una tomba in muratura privilegiata ed un possibile edificio preesistente, forse successivamente inglobato nel corridoio, la cui cronologia di costruzione deve ancora essere definita (55). Un contesto molto suggestivo, come il San Salvatore a Vaiano recentemente pubblicato (56), sembrerebbe mostrare invece lo spaccato di un monastero costituitosi probabilmente nell’VIII secolo; era organizzato intorno ad una piccola chiesa monoabsidata estesa 12 x 9 m, circondata da corpi di fabbrica di pianta rettangolare allungata in muratura (delle quali restano solo le fondazioni realizzate in grossi blocchi lapidei spaccati con le superfici di frattura in vista, frammisti a scaglie di pietra e pezzame minuto, legati da malta bianca friabile) separati da spazi aperti forse destinati ad alcune attività artigianali. Anche nelle fasi di IX-X secolo il monastero sembra conservare la sua organizzazione originaria ma vide un ampliamento nel numero degli edifici; ha inoltre restituito le evidenze di complesse attività legate all’edilizia (fornace per la produzione di calce ed una macchina da malta), alla produzione di oggetti (fornace da campane e forno per la fusione del ferro).
Ben diverso è invece il tenore dei dati relativi alla realtà insediativa dei centri rurali.
Alle soglie dell’VIII secolo, il popolamento risulta marcatamente raccolto in forme di villaggio stabili e di lunga frequentazione. Quasi tutti i casi indagati iniziano a costituire, in questa fase, dei chiari centri di controllo della produzione e le tracce di tale ruolo sono riconoscibili archeologicamente nei cambiamenti interni all’urbanistica e nelle attività produttive espletate.
Si caratterizzano per la presenza di una gerarchizzazione evidente, nella quale si distinguono degli spazi spesso fortificati e dotati di locali destinati all’accumulo ed alla conservazione di scorte alimentari; elementi che lasciano ipotizzare una forma di controllo in crescita sulla popolazione residente nelle parte restante dell’insediamento, non rilevata nelle fasi di vita più antiche.
Per Montarrenti, alla fondazione del villaggio tra la metà del VII e l’VIII secolo, furono dedotte due zone distinte, con una chiara divisione fra gli spazi sommitali ed i versanti; la sommità venne interamente difesa da una palizzata e forse questo stesso tipo di barriera circoscrisse anche il resto del nucleo (57). Allo stesso modo si rintracciano evidenze di fortificazioni effettuate tramite recinti in legno a Staggia. L’insediamento si collocava sulla zona sommitale della collina e molto probabilmente sugli spazi racchiusi dalla seconda cinta muraria del castello trecentesco. L’area sommitale era ripartita in due terrazzi sino dalla sua prima fase di occupazione forse iniziata in età tardoantica, alla quale succedettero strutture tipo capanna. Alla metà dell’VIII secolo il centro continuava ad essere caratterizzato da capanne con scheletro in armatura di pali ed elevati in terra pressata; nel terrazzo a valle si sono messi in luce chiari allineamenti di buche di palo in buono stato di conservazione, di forma squadrata e quasi sempre dotate di ciambella tufacea a rinforzare la stabilità del palo (in diversi casi si sono evidenziati riusi anche multipli). In via preliminare si possono identificare due strutture in legno di medie dimensioni (oppure una di grandi dimensioni) che occupano tutto lo spazio indagato, circondate da una fortificazione in legno parallela alla più tarda cinta in muratura che in alcuni casi taglia le buche stesse (58).
Nel villaggio di Poggibonsi, dopo che l’insediamento si era articolato uniformemente per capanne seminterrate dotate di recinzione tra fine VI-VII secolo, le strutture già esistenti furono affiancate da un nucleo composto da sei edifici raccolti intorno ad una piccola corte, due dei quali con destinazione di magazzino-rimessa intorno alla metà dell’VIII secolo. La costruzione di questo complesso è interpretabile come l’inserimento di un proprietario o di un suo actor nel villaggio; rappresenta non solo l’indizio di gerarchizzazione sociale, ma anche un cambiamento ed un maggiore controllo diretto sulla produzione: accanto all’allevamento ed alla pastorizia andava ad assumere un peso maggiore l’agricoltura. Durante la prima età longobarda, l’economia silvopastorale rappresentava l’occupazione trainante e la strategia di allevamento adottata era orientata principalmente verso la produzione di carne; in tal senso maiali, capre e pecore mostrano un’alta mortalità di individui giovani che non trova confronti, se non parziali, in altri insediamenti altomedievali. Con l’VIII secolo soprattutto il maiale e secondariamente il bue vennero scelti come i principali produttori di carne, mentre i capriovini erano funzionali ad ottenere beni secondari, in particolare lana, pelli e prodotti caseari, visto l’aumento dell’età minima di abbattimento: nessuna testimonianza di individui macellati al di sotto dei 24 mesi. L’aumento numerico dei bovini e la presenza di soli individui anziani sembra indicare un loro utilizzo principale per la coltivazione, mentre venivano macellati solo quando il loro apporto come forza-lavoro sui campi giungeva a termine. Tra i maiali, inoltre, non sono stati rinvenuti soggetti abbattuti prima del secondo anno, indice di una maggiore attenzione verso la massima resa in carne, anche a seguito di una diminuzione del numero di capi allevati e forse di una contrazione delle superfici boschive, derivanti dalla messa a coltura di nuovi spazi (59).
L’VIII secolo rappresenta quindi un primo punto di arrivo maturo nella formazione di una rete di economie locali regionalizzate ed una fase nella quale, come mostra la nuova strutturazione urbanistica dei villaggi, il possesso fondiario iniziò probabilmente a tradursi in uno spiccato senso della proprietà privata individuale. Il perno intorno al quale ruotavano queste economie è riconoscibile nei bisogni delle élites, residenti sia in città sia in campagna, in rapporto con i mezzi di produzione (la terra, gli uomini e gli animali); in tale direzione il villaggio rappresentò l’unità di base fondamentale nella maglia del popolamento e nello sfruttamento economico delle campagne. Questi primi cambiamenti, segno anche di un’attenzione progressivamente più accentuata nella gestione dei patrimoni fondiari, costituisconono la tappa di un percorso di controllo sempre più stretto che vediamo, soprattutto tramite l’archeologia, compiersi nel IX secolo.

Le campagne nel IX secolo - Con l’età carolingia i villaggi scavati rivelano una vera e propria radicalizzazione delle forme di gestione, imprimendo così una svolta netta alle economie locali. Gli indicatori, ancora riconoscibili soprattutto nell’ambito delle diverse trasformazioni riscontrate nelle caratteristiche dei centri di villaggio, costituiscono i segni di uno sforzo sempre più significativo impresso nell’accentramento dei mezzi di produzione e nel rendere dipendenti le famiglie rurali, al fine di incrementare quella che sembra essere la vera base della ricchezza per una moltitudine di esponenti delle èlites fondiarie: il controllo del lavoro per accumulare derrate alimentari.
L’età carolingia è per l’archeologia una stagione di rinnovamento urbanistico e di riprogettazione funzionale degli insediamenti, segno di una più marcata capacità di organizzare la società locale e di sfruttare i contadini ma anche di investimenti che, in una crescente militarizzazione della società, dovevano essere difesi. In questo periodo azienda e villaggio sono la stessa entità. Nella quasi totalità dei contesti indagati (60) si osservano così dei cambiamenti che, innestatisi già nella fase di VIII secolo, vengono ora definitivamente a compiersi (61). I proprietari fondiari, tra IX e X secolo, intervennero sulle strutture del villaggio facendolo evolvere in un’azienda rurale di fatto e segnando così una svolta delle economie locali. Gli indicatori riconoscibili delle trasformazioni sono da interpretare come segni di uno sforzo sempre più significativo al fine di incrementare la base della ricchezza: il controllo del lavoro per accumulare derrate alimentari. L’aspetto più evidente è senza dubbio la presenza di una gerarchizzazione ancora più marcata che nel secolo precedente, che dette luogo a trame più articolate e caratterizzate dalla presenza di spazi delimitati ed immediatamente riconoscibili, sovente fortificati, dotati spesso di residenze “privilegiate”, di locali destinati all’accumulo ed alla conservazione di scorte alimentari e dove si concentravano le strutture artigianali; la conformazione urbanistica di ogni singolo insediamento, si articolava quindi su due poli, cioè lo spazio del potere economico con la presenza tangibile di una figura direzionale ivi insediata e gli spazi occupati dalla massa dei poderi.
A Montarrenti, dopo la metà dell’VIII secolo, la parte alta fu soggetta ad una ristrutturazione: la palizzata lignea venne sostituita da un muro in pietra legato da malta e le capanne, a loro volta, soppiantate da un grande magazzino in legno di forma rettangolare. L’area sommitale sembra destinata non solo alla raccolta delle derrate agricole ma anche alla loro lavorazione, attestata dal rinvenimento di una macina e di un piccolo fornetto impiegato per l’essiccazione delle granaglie. Nella seconda metà del IX secolo il grande magazzino andò a fuoco e furono costruite nuove strutture in legno che non sembrano rispettare i limiti del muro di cinta in parte crollato.
Miranduolo dista circa 20 km da Montarrenti (62). Lo scavo sta rivelando una frequentazione stabile della collina che pare avere inizio nel corso del VII secolo e proseguire senza soluzione di continuità sino alle fasi d’incastellamento. L’intervento archeologico, esteso all’intera collina, permette di effettuare stime attendibili sull’entità della popolazione; possiamo ipotizzare almeno 150 persone. Nel IX secolo gli spazi più innalzati del rilievo collinare furono riprogettati; venne dato avvio ad un’imponente opera di escavazione della roccia, realizzando due profondi fossati ad est ed ovest, quest’ultimo largo circa 7 m e profondo 5 m, ed erigendo un’estesa palizzata difensiva. L’insediamento doveva ora ruotare intorno ad un’estesa capanna centrale con fasi continue di restauro e rifacimenti. Questo edificio era al centro di strutture di servizio, contornato da magazzini per prodotti agricoli, ambienti destinati alla macinatura ed allo stoccaggio dei grani posti sul lato nord e strutture artigianali per la lavorazione dei metalli. Inoltre fu intrapresa una sistematica regolarizzazione dell’intera collina, che delineò marcatamente una serie di terrazzamenti allungati, le cui tracce sono visibili su entrambi i versanti, dove continuavano ad essere costruite capanne abitative. Le organiche modifiche attuate evidenziano una progettualità della famiglia dominante proiettata sull’intero insediamento; pare trattarsi di un’impresa signorile che individua il centro di Miranduolo come probabile sede di una curtis, sceglie la parte più innalzata come spazi centrali e con carattere “dirigenziale, in altre parole l’area dominica, mentre il resto del villaggio viene a rappresentare il massaricio dell’azienda. Questo si sviluppava aldilà del fossato ovest sino ad una serie di terrazzamenti che definivano l’area meridionale, insediata dall’VIII secolo. Sinora è stato indagato un ampio settore in coincidenza del versante sud-ovest; lo scavo ha mostrato la presenza di sei capanne, la cui collocazione lascia ipotizzare un impianto sistematico di abitazioni in coincidenza dei terrazzamenti. Si tratta di strutture per lo più rettangolari o quadrangolari, edificate a livello del suolo, estese su una superficie intorno ai 30 mq, sia dotate di focolare sia prive.
All’interno degli spazi difesi, trovavano posto un’abitazione di maggiori dimensioni, una seconda abitazione più ridotta nella quale si svolgevano anche la lavorazione dell’osso e del corno, un terzo edificio abitativo di pianta circolare; inoltre due edifici con funzione di magazzino erano posti in coincidenza del terrazzo ancora chiuso dalla palizzata. Era infine qui presente una struttura artigianale per la lavorazione dei metalli dove veniva effettuata l’ultima fase di lavorazione sui materiali in ferro, come ad esempio la martellatura del ferro caldo e l’affilatura degli strumenti; numerosi, infatti, sono stati gli oggetti in ferro rinvenuti nei livelli di abbandono (ferri di asino e cavallo, coltelli, punteruoli, forse un frammento di una bilancia). All’esterno, sul secondo terrazzamento nord, era stata invece impiantata una seconda area molto estesa per lavorazione e stoccaggio di prodotti agricoli che nel tempo fu anch’essa protetta estendendo l’andamento della palizzata; un evento questo che potrebbe significare un aumento della produzione legato ad un’accresciuta popolazione dipendente e quindi ad una maggiore capacità di controllo delle persone e del loro lavoro.
A Staggia, tra IX e X secolo la fortificazione in legno fu sostituita da una struttura in muratura legata da terra sulla quale si impostano alloggi per pali ed elevati in terra mista a ciottoli e pezzame di pietra; anche gli edifici coevi mostrano la medesima tecnica costruttiva e pertanto si configura una fase insediativa costituita da strutture in “materiali misti”. Le case si dispongono sia all’interno, sia all’esterno del circuito murario e sono affiancate da edifici di modeste dimensioni realizzate in armatura di pali.
A Poggibonsi, le strutture d’età carolingia nascono da una nuova ridefinizione urbanistica dell’abitato intorno ad un grande edificio tipo longhouse. Lo spazio circostante fu organizzato impiantando annessi, strutture di servizio e magazzini per la raccolta di derrate; gli animali erano custoditi all’interno del centro e le attività artigianali (forgia da ferro e fornace da ceramica) venivano svolte sotto il diretto controllo del proprietario. Il costante aumento della frequenza di bovini a scapito delle altre specie domestiche, accompagnato dalla presenza di un grande granaio e di un magazzino molto articolato interno alla stessa longhouse, testimoniano l’emergere di un’economia spiccatamente agricola, alla quale sopravvive solo l’allevamento di caprovini. La presenza del proprietario in loco pare testimoniata dalle restituzioni di una struttura adiacente; una piccola capanna con pianta a”T” affacciata sulla strada in terra, in pratica un’abitazione-magazzino, con reperti che rivelano l’identità del signore: una lancia a foglia, una punta di freccia, elementi della bardatura di un cavallo. Vi abitava un diretto dipendente, forse un servo, che custodiva le armi del suo padrone, quest’ultimo probabilmente identificabile in un miles che traeva sostentamento e profitto dall’azienda affidatagli in beneficio.
Alla Rocca di Scarlino la sommità fu circoscritta e difesa da una cortina in pietra e materiali deperibili e si ristrutturarono interamente gli spazi interni. L’abitato, ancora poco esteso, sembra ora disporsi irregolarmente intorno ad un’area aperta, sfruttata anche per piccole attività metallugiche ed immagazzinamento dei prodotti agricoli. Vennero edificate cinque nuove capanne con destinazione abitativa, tendenzialmente di msaedio-piccole dimensioni, fra 15 e 50 mq circa, ed una struttura molto grande, non individuata interamente, ma con un lato compreso fra 9 e 12 m. Questo edificio, nella sua ultima frequentazione, sembra aver subito un rifacimento quasi integrale, ricostruendo sia il tetto in cui vennero impiegati chiodi sia gli elevati mettendo in opera pietra mista a terra e frasche; gli elementi esposti, insieme ad un corredo di ceramiche e di oggetti in metallo maggiormente ricco, hanno fatto ipotizzare il carattere più importante dell’abitazione. Sul limite nord ovest della collina sorse nel X secolo una chiesa monoabsidata, decorata da affreschi, estesa 14 x 5,5 m, elevati in grandi conci di pietra locale posti in opera irregolarmente e legati da malta. A circa 4 m di distanza, e connessa all’edificio religioso, fu impiantata un’ulteriore costruzione in pietra di 35-40 mq circa, caratterizzata dalla stessa tecnica edilizia ma della quale non è possibile definire la funzionalità. La popolazione, nella zona sommitale, poteva raggiungere un numero di circa 40 persone calcolando la presenza di un prete ed un numero maggiore d’individui all’interno dell’edificio più esteso. Non è invece calcolabile la demografia delle zone di versante dove lo scavo non è stato esteso (63).
L’urbanistica dell’insediamento altomedievale di Donoratico è ancora da chiarire definitivamente; tuttavia il colle, non sappiamo ancora se per tutta la sua estensione di oltre 8000 mq, fu occupato da capanne almeno dalll’VIII secolo e subirono numerosi rifacimenti e ristrutturazioni. Gli eventi per ora riconoscibili lasciano forse intravedere la costruzione di una palizzata che delimitava una zona distinta: un tratto di circa 2 m, caratterizzato da un allineamento di grossi pali ravvicinati, in alcuni casi in doppia fila. Evidenti tracce stratigrafiche e sicuri elementi datanti, indicano una consistente opera di riorganizzazione del sito nel corso del IX secolo, con la costruzione di una cinta di 353 metri di lunghezza, ancora ben conservata in molti suoi tratti, l’edificazione di un muro a ripartizione interna dell’abitato e l’innalzamento di una chiesa mononave provvista di abside circolare. Sono inoltre presenti i resti di una longhouse; la struttura, ancora incompleta nella sua planimetria, ha elementi di somiglianza con Poggio Imperiale non tanto per i suoi caratteri edilizi quanto per forma e per cultura materiale presente. Questa capanna aveva sicuramente una larghezza di 5,80 m ed una lunghezza, per la parte ad oggi visibile, intorno agli 8 m; le buche di palo hanno tutte un rinforzo con corona di terra argillosa; all’interno presenta due focolari, macinelle da grano e una concentrazione di molte fuseruole (zona del telaio?). L’ipotesi che il sito di Donoratico fosse stato legato al monastero di Monteverdi sembra plausibile, per la vicinanza geografica, dalla stessa imponente organizzazione di cantiere che vede l’uso precoce della pietra con l’impiego di particolari strutture produttive, come una macchina da malta, oltre alla stessa ampiezza del sito che lo rende forse il più grande insediamento di IX secolo sinora individuato nell’area maremmana. Se la ristrutturazione fosse veramente da riconnettere al cenobio, mostrerebbe le notevoli capacità progettuali dell’ente e delle sue possibilità economiche (64).
La prima fase abitativa individuata nel castello di Cugnano è sull’area sommitale e riferibile alla realizzazione di una serie di strutture abitative in materiali lignei per le quali fu necessaria la sistemazione preliminare dell’area attraverso la regolarizzazione del piano roccioso e la creazione di un vespaio nella metà occidentale dell’area. Nonostante la carenza di stratigrafie orizzontali che permettano di mettere in collegamento questo tipo di evidenza stratigrafica, si deve sottolineare che in alcuni casi si sono individuati degli indicatori per ipotizzare una serie di trasformazioni delle strutture lignee e una lunga durata dell’occupazione nel corso dei secoli VIII e IX. Diversi focolari disposti in più aree del settore e tracce di attività metallurgiche costituiscono altri elementi relativi a questa fase. Il primo impianto dell’abitato caratterizzato da strutture in materiale deperibile, forse disposto su tutto il colle, risulta in mutamento nel corso del X secolo, quando le capanne furono caratterizzate da fondazione in pietra. Inoltre, alcune fosse di varia dimensione disposte più a nord potrebbero rappresentare piccoli depositi di grano; al momento del loro abbandono, contestuale alla costruzione della cinta muraria, sono state utilizzate come fosse di rifiuti e riempite di materiale ceramico databile alla prima metà dell’XI secolo (65).
La conformazione dell’insediamento precedente la fondazione del castello di Rocchette Pannocchieschi non è ancora stata chiarita. Le grandi ristrutturazioni di XII secolo sembrano avere danneggiato e talvolta cancellato molte delle stratigrafie altomedievali potenzialmente presenti. La sommità del rilievo propone comunque tracce di strutture databili tra la fine del IX secolo e gli inizi del X secolo. Si tratta di una serie di buche di palo e di tagli irregolari relativi a strutture in legno che dovevano in parte appoggiarsi agli speroni rocciosi e di alcune depressioni circolari sul piano di roccia ipotizzate come vasche per la raccolta delle acque piovane. Altre tracce di capanne sono state osservate in corrispondenza di un terrazzo ad ovest della sommità ed un edificio seminterrato, di forma quasi ovale e con diametro di circa 2 m, interpretabile come una struttura di servizio alla vicina forgia ed un focolare per arrostimento del minerale. Gli archeologi hanno ipotizzato un collegamento con un centro inseditivo di metà IX secolo, attestato da un documento d’archivio nel quale si nomina un tale Simprando del fu Sasso de Trifonte, quindi l’attestazione di una forma di popolamento altomedievale sul poggio dove poi sorgerà il castello di Rocchette (66).
Poggio Cavolo è un ulteriore castello di prima fase, con un abitato stabile almeno a partire dal maturo IX secolo. La presenza sia sul pianoro sommitale che sulle pendici terrazzate dell’altura, su una superficie di poco superiore all’ettaro, di numerose tipologie ceramiche ascrivibili tra IX e XI secolo lasciava ipotizzare una coincidenza precisa tra l’area interessata dal villaggio e quella su cui si svilupperà il successivo castello. Lo scavo sta rivelando un centro di capanne caratterizzato da attività artigianali, probabilmente finalizzate ad un consumo locale dei manufatti, e dall’emergere di un’area dotata di chiesa, che dal tardo IX secolo va assumendo un ruolo centrale nella topografia del villaggio; su questi spazi tra X e XI secolo si incardinerà il potere signorile, manifestandosi attraverso la riedificazione della chiesa con dimensioni maggiori, la costruzione di una poderosa torre in muratura di forma pseudoquadrangolare (al di sotto della quale sono presenti molte buche di palo) e di una cisterna (67).

Dei marcati indicatori di potere - Nel loro complesso, gli esempi toscani citati, illustrano come nella conformazione di ogni singolo insediamento è possibile distinguere con chiarezza lo spazio del potere economico dagli spazi occupati dalla massa dei poderi e si riscontra la presenza tangibile di una figura direzionale che vive nel villaggio. L’urbanistica mostra la presenza di zone ben definite, evolute in complessi organizzati e peculiari, che di frequente continuano ad essere separati “fisicamente” dalle case dei contadini. Ancor più che in passato vengono dotati di elementi di fortificazione (palizzate o muri e fossati: Montarrenti, Scarlino, Donoratico, Miranduolo, Staggia) od evidenziati nella loro centralità dalla presenza di infrastrutture (a Poggibonsi la lunga strada in terra battuta e le grandi aie; a Staggia, tra IX e X secolo, un grosso steccato che divide in due l’area cinta dal primo muro di fortificazione).
Al loro interno si concentrano un’abitazione che per dimensioni e posizione appare come una residenza di tipo “padronale” (le longhouses di Poggibonsi e Donoratico, le grandi case a pianta rettangolare di Miranduolo e Scarlino), notevoli strutture destinate all’immagazzinamento ed all’accumulo di derrate alimentari e prodotti agricoli (Poggibonsi, Montarrenti, Miranduolo, Montemassi (68), forse Donoratico), edifici di servizio (Poggibonsi, Montarrenti e forse Rocchette), le principali attività artigianali riconoscibili (Montarrenti e Poggibonsi, Rocchette, Cugnano e Poggio Cavolo, probabilmente Donoratico e Staggia), talvolta una chiesa da intendere come cappella privata (Scarlino, Poggio Cavolo, Grosseto (69), forse Donoratico).
Questa zona costituisce l’area centrale e più importante del villaggio; è legata ad una famiglia dominante in grado di esercitare un controllo stretto di tutti i mezzi di produzione, di intercettare e razionalizzare prelievi sulla produzione agricola e di accumulare scorte, di esigere opere dai propri contadini (erezioni di palizzate o di muri, escavazione di fossati) destinate a difendere la “ricchezza” o di disporre delle risorse per assoldare maestranze specializzate atte a specifici interventi come la costruzione delle chiese o di muri più accurati (a Donoratico per esempio gli operai ingaggiati sapevano impiantare una macchina da malta; una macchina, seppur più semplice, è presente anche a Miranduolo). Qui si controllavano i processi di trattamento dei prodotti alimentari (forni per essiccazione dei cereali, strutture per la macinatura, edifici per la macellazione e la lavorazione della carne: Montarrenti, Poggibonsi, Donoratico, Miranduolo) e si accentravano le strutture per la fabbricazione di beni (forge e fornaci; le prime sono presenti in tutti i contesti).
La concentrazione e la gestione delle strutture artigianali destinate a produrre vari oggetti, tra i quali i rinvenimenti mostrano le ferrature per gli animali, forse anche attrezzi, chiodi e ganci da carpenteria, raschietti e vasellame, potrebbero essere interpretate come segno di una bannalità o di diritti di opere e prestazioni esercitati sui dipendenti e sulle famiglie del villaggio? Oppure segnala solamente che la zona padronale cercava di sopperire il più possibile alle proprie esigenze di produzione e manutenzione di attrezzi e strumenti destinati alla vita ed al lavoro quotidiano? Forse sono plausibili ambedue le spiegazioni ma la presenza di attività metallurgiche sotto controllo costituisce di fatto una novità e quindi una chiara differenza dai villaggi di VII e VIII secolo. Qualunque sia la spiegazione, le strutture di lavorazione ed i fabbri ferrai, occasionali o professionali, erano integrati nelle strutture signorili.
La scelta di produrre all’interno del centro direzionale molte delle suppellettili o delle attrezzature necessarie, non è comunque indizio di economie chiuse; questi villaggi in realtà partecipavano a circuiti commerciali dove per lo meno, limitandoci a quanto rinvenuto negli scavi, si procuravano batterie di oggetti in vetro, monili ed accessori di abbigliamento, se non anche ceramiche fabbricate da vasai esterni. Circuiti nei quali le famiglie dominanti dovevano immettere le eccedenze dei prodotti raccolti nelle strutture di conservazione sotto il loro diretto controllo e non abbiamo prove per proporre anche commerci orientati sugli oggetti fabbricati nei villaggi. In generale esiste la spia di un’incrementata attività “manifatturiera” su territori caratterizzati dalla presenza di “professionalità” di grado diversificato; ne sono spia la grande attestazione di oggetti di vetro in ognuno dei centri senza che si rinvengano al loro interno fornaci con tale funzionalità (a Poggibonsi in particolare, il vetro è presente con una grande quantità di frammenti riconducibili a bicchieri, bottiglie, forme aperte, calici e lampade, così articolati da permettere in molti casi una vera e propria tipologia che rimanda indubbiamente a fornaci specializzate) e l’ampia casistica degli impasti ceramici delle forme in grezza che lasciano intravedere anche zone caratterizzate da sapere tecnologico diversificato e da una diversa diffusione di luoghi di produzione. Dove operassero tali artigiani ancora attivi professionalmente non lo sappiamo (in città? sul territorio?); la loro presenza e l'esercizio di un'attività produttiva, pur se limitata a precise micro-aree, sembra però proporsi come una quasi certezza. Resta il dubbio sulla loro localizzazione e dove avvenisse materialmente la contrattazione e la vendita: luoghi di scambio comuni interzonali come piccoli mercati periodici o tipo fiere? venditori itineranti? approvvigionamento diretto alle fornaci? Sicuramente dovettero avere un ruolo decisivo sia quel vasto numero di piccoli imprenditori presenti nelle città almeno dall’VIII secolo, sia i monasteri.
Nei villaggi la definizione di un’area chiaramente a carattere direzionale si affianca ad una indiscutibile trasformazione delle attività produttive, imperniate soprattutto sull’agricoltura. Per esempio le considerevoli restituzioni archeobotaniche di Miranduolo attestano, tra età carolingia ed ottoniana, una articolata economia agricola tesa a impiegare intensivamente tutto il territorio di catchment tramite campi seminati a cereali (grano duro, segale, orzo) e legumi (favino e cicerchia), coltivando vite, olivo, peschi e noci, sfruttando le risorse di boschi (castagne e ghiande) e di probabili piantumazioni nel loro insieme composte da querce, castagni, carpini, eriche, aceri, olmi, frassini e pioppi. Un team di specialisti sta dimostrando come il fondovalle della Merse era pressoché ricoperto da acquitrini conseguiti alle frequenti esondazioni del fiume, l’area terrazzata aldisopra del fondovalle destinata principalmente alle coltivazioni (cereali, legumi e qualche vigneto), mentre i terreni argillosi ai piedi del centro insediativo dovevano essere stati mantenuti a pascolo; sui versanti ripidi si alternavano boschi di querce e castagni, mentre nelle conche e nelle zone con minor pendenza si può ipotizzare la presenza di alberi da frutto ed ulivi. Le corrispondenze delle analisi palinologiche, combinate anche con i dati archeobotanici, i cui campioni erano stati prelevati dai magazzini distrutti da incendi nella fine del IX e alla fine del X-inizi XI secolo, ci permettono di ipotizzare il quadro proposto in essere almeno dall’età carolingia.
Anche lo studio delle ossa animali fa luce sulle diverse strategie economiche succedutesi e sui cambiamenti impressi; per esempio a Poggibonsi si nota l’evoluzione progressiva da nucleo di pastori-allevatori sino a centro agricolo con una minore importanza finale dell’allevamento. Il costante aumento della frequenza di bovini a scapito delle altre specie domestiche, accompagnato dalla presenza di granai e di magazzini, testimoniano l’emergere di un’economia agricola, alla quale si affianca un allevamento che andava specializzandosi. Dall’VIII secolo e soprattutto tra IX e X secolo, il controllo degli animali pare divenire in molti casi esclusivo (in particolare per i caprovini e per le specie adatte al lavoro nei campi), rappresentando una prerogativa della famiglia dominante. A Poggibonsi ed a Montarrenti si ha l’impressione che gli animali venissero gestiti rigorosamente negli spazi “del potere”, mentre alcuni centri, come Campiglia (70) o come il resto dell’insediamento che si legava al centro direzionale di Poggibonsi, svolgevano un tipo di allevamento specializzato (nei due casi citati si tratta di suini).
Il consumo di carne si rivela importante per individuare l’esistenza di rapporti di tipo gerarchico ed economico. Indicativo in tal senso è il tipo di distribuzione quasi piramidale che, nel caso di Poggibonsi, effettua la famiglia residente nella longhouse verso le famiglie delle capanne circostanti, con un ulteriore collegamento riconoscibile fra qualità della carne e diverso ruolo o posizione rivestiti dai riceventi. L’alimentazione si propone come un segno di potere; il consumo dei tagli di bue qualitativamente migliori ed in notevoli quantità (provenienti da soggetti sia giovani sia anziani) appare come una prerogativa della famiglia dominante; ad esso si aggiungeva il cavallo, l’asino e particolari pennuti da cortile come l’oca. Nella vicina capanna a “T”, si ritrovano, invece, tagli di seconda scelta ed in particolare quelli relativi alle estremità dei rispettivi segmenti anatomici che compongono gli arti sia anteriori che posteriori dell’animale, appartenenti a soggetti generalmente anziani. Infine, alle famiglie residenti nelle altre capanne erano riservati unicamente gli scarti e nella fattispecie le sole estremità degli arti (71). Anche il consumo di carne capriovina evidenzia anomalie associabili ad una diversa concezione della qualità e dei tagli. Nella capanna ellittica vicina alla longhouse, per esempio, è attestata la presenza quasi assoluta di ossa dell’arto anteriore e nelle restanti abitazioni la distribuzione anatomica appare più omogenea. Era invece appannaggio quasi esclusivo della famiglia dominante la carne di capre e di pecore abbattute tra il primo ed il secondo anno di vita, mentre i soggetti più anziani venivano equamente distribuiti. Sintetizzando, la famiglia dominante mangiava molta carne di prima scelta e di tipo diversificato, i dipendenti più stretti accedevano a tagli di seconda scelta, il resto della popolazione a tagli di terza scelta. Anche la distribuzione delle spalle di maiale, presenti soprattutto nella longhouse, mostra un accentramento di tale “bene” ed una parziale redistribuzione fra gli stessi dipendenti.
Il tipo e la frequenza di consumo della carne sembra rappresentare realmente un lusso ed un segno chiaro di privilegio. Dall’analisi delle dentizioni degli individui sepolti a Poggibonsi si evince con chiarezza che la dieta quotidiana della popolazione si basava su cibi non raffinati e carenti di minerali, quali calcio e ferro. Il grado di usura dentaria (72), rivela che gli alimenti consumati avevano un alto grado di abrasività ed erano soprattutto di origine vegetale, ricchi di fibre, costituiti per lo più da farinacei preparati grossolanamente con macine in pietra tenera i cui granuli residui provocavano delle sensibili smerigliature; in tale processo influiva anche la loro cottura attraverso vasellame di terracotta che, frantumandosi, lasciava residui duri. L’ipotesi sembra essere confermata dalla constatazione di usura obliqua dei molari, dovuta all’utilizzo di una grande quantità e varietà di grani. Poveri sembrano inoltre gli apporti di origine animale e la carne doveva rappresentare una semplice integrazione, talvolta occasionale. La scarsità di carie (colpivano il 10% della popolazione) conferma ulteriormente un’alimentazione povera di zuccheri e ricca di fibre, caratterizzata da cibi duri e particolarmente abrasivi che producevano un’efficace detersione dentale. Le ceramiche rinvenute negli scavi portano ulteriori puntelli al tipo di alimentazione tratteggiata. Per tutto l’alto medioevo la netta radicalizzazione della ceramica da fuoco, stigmatizzata dall'egemonica presenza di olle, si accompagna alla riduzione del vasellame da mensa. Con il IX secolo poi, l'avvento di tipi da fuoco inediti come i piccoli tegami, segna indubbiamente una variazione nel carattere degli alimenti o nelle tecniche di cottura. Questo cambiamento, che richiese l'utilizzo dei nuovi recipienti ad impasto grezzo, sembra evidenziato anche da un impiego per cucina di boccali ad impasto depurato probabilmente per zuppe (73).
A Montarrenti la distribuzione dei reperti osteologici mostra il persistere di una concentrazione pressochè totale nell’area di sommità: dei 472 frammenti rinvenuti solo 20, pari ad una percentuale del 2,54%, provengono dalle zone di versante. E’ possibile che le ossa fossero in gran parte gettate all’esterno dell’insediamento ma, a parere nostro, questo dato sembra indicare che nella zona fortificata si gestissero quasi interamente gli animali presenti nel villaggio; inoltre che solo un numero molto ristretto di famiglie della zona esterna poteva disporne, come la capanna dell’area 2000 con almeno una vacca (tutte le ossa rinvenute appartengono ad uno stesso individuo) o quella dell’area 8000 con alcuni maiali ed un piccolo allevamento di animali da cortile. Viene da chiedersi, constatata la marcata concentrazione di animali all’interno degli spazi cinti da mura, se la disponibilità di capi in abitazioni del probabile massaricio non possa essere collegata alla presenza di l

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Pero que pasa con las referencias en esta página???? Estos artículos tienen unas notas que remiten a una bibliografía. ¿dónde está?
Comentario realizado por Moi. 23/11/08 10:51h

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